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COMUNICATO EQUIVITA

18.06.2014

DUE nuovi ARTICOLI per una SOLLECITA RIFLESSIONE

 

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Max Planck: “una nuova verità scientifica non s’impone convincendo gli avversari,

ma piuttosto perché gli avversari muoiono e arriva una 

generazione di scienziati che ha familiarità con la nuova idea”

 

1)   da “Internazionale” N° 1054:

 

VITA E MORTE DI UNA TEORIA

 

Quali sono le teorie scientifiche pronte per andare in pensione? E’ la domanda che ha posto quest’anno il sito EDGE.org, un forum di discussione sulla scienza, il cui titolo era ”Vita e morte di una teoria”, dando vita ad un dossier su svariati argomenti, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Richard Dawkins, Ian Mc Ewan, Steven Pinker e altri grandi pensatori.

 

Vi proponiamo gli estratti dei due interventi più importanti, ripresi da Internazionale N° 1054: quello introduttivo di Marco Zito e quello che apre il  dossier, intitolato  “Modelli animali” del Prof. Azra Raza della Columbia University di New York.

 

Introduzione:       di Marco Zito, Fisico delle particelle presso il Commissariato

                               per l’Energia atomica e le energie alternative (Cea).

                              (da un articolo pubblicato su “le Monde”)

 

Quali sono le teorie scientifiche pronte per essere abbandonate? […] L’obiettivo è accelerare il progresso delle nostre conoscenze. Il dibattito scientifico può arrivare infatti a situazioni di stallo […]  Nel 1962 il filosofo della scienza statunitense Thomas Kuhn , nella “Struttura delle rivoluzioni scientifiche” (Einaudi, 2009) ha proposto la nozione di sviluppo non lineare, determinato dal successo di un paradigma e poi dalla sua caduta. Il paradigma, una volta riconosciuto come tale, permette di spiegare i risultati di misure già effettuate e di prevederne altre.

Qualunque teoria si scontra con i suoi stessi limiti. Con il passare del tempo, dopo esperimenti più o meno sofisticati, le anomalie si accumulano, la teoria entra in crisi ed è sostituita da una nuova. E’ il “cambiamento di paradigma”. Planck scrive questo passaggio in termini di conflitto generazionale tra i grandi nomi della comunità scientifica, attaccati al vecchio paradigma, e i giovani.

 

Modelli animali:  di Azra Raza,Do cente di medicina e direttore

                             del prestigioso Mds Centre della Columbia Univesity di New York

 

Una verità evidente di cui la ricerca sul cancro continua a non tenere conto è che i modelli animali non imitano bene le malattie umane e sono essenzialmente inutili per la creazione di nuovi farmaci.

Uno studio pubblicato recentemente su Pnas (atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze statunitense) ha dimostrato che nessuno dei 150 farmaci per la sepsi, che sono stati testati spendendo miliardi di dollari, ha funzionato, perché erano stati creati in base a esperimenti sui ratti. Purtroppo quella che appare come sepsi nei ratti sembra essere molto diversa dalla sepsi negli esseri umani. In un articolo su questo studio scientifico, Gina Kolata, del N Y Times, ha invitato la comunità dei ricercatori biomedici a ribellarsi.

Quando ho usato le cellule di midollo di malati di Mds per creare un profilo dell’espressione genomica sorprendentemente funzionale per prevedere la reazione alla terapia, e ho chiesto un finanziamento ai National Institutes of Health (Nih) per convalidare la mia scoperta, mi hanno risposto che prima di cercare una conferma con un eventuale test clinico su soggetti umani avrei dovuto riprodurre i risultati sui ratti.

E’ arrivato il momento di mettere da parte questi modelli almeno come metodo per creare farmaci per le persone

 

      2) da BMJ, British Medical Journal, 30.05.2014

 

LE “PROVE DI EVIDENZA” SONO SUFFICIENTI NELLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE PER FARNE IL PILASTRO DELLA RICERCA BIOMEDICA ?

 

Sono passati più di 20 anni da quando Doug Altman ha scritto il suo bruciante editoriale nel BMJ sullo "scandalo della ricerca medica". Eppure,all'inizio di quest'anno, l’ex direttore del BMJ Richard Smith ha riassunto i motivi per cui lo stesso editoriale potrebbe essere pubblicato ancor oggi con pochi cambiamenti (http://bit.ly/1rHnWbL), facendo riferimento alla recente serie di Lancet sugli scarti nella ricerca medica e all'articolo di John Ioannidis su “PLOS Medicine” intitolato "Perché i risultati delle ricerche più pubblicate sono falsi".

La letteratura medica rimane afflitta da pregiudizi accademici e commerciali causati da sovrainterpretazione di studi piccoli, mal progettati e mal realizzati, molti dei quali riportati erroneamente o selettivamente, o non riportati affatto. Il risultato è una somma di dati che esagera sistematicamente i benefici e minimizza i danni dei trattamenti.

Ma, come non bastasse, un problema ancora più fondamentale mette in dubbio la validità del metodo: la scarsa qualità della ricerca su animali su cui si basano gran parte degli studi.

Dieci anni fa, nel BMJ, Pandora Pound e colleghi chiesero: "Dove sono le prove che le ricerche su animali beneficino gli esseri umani?" (doi:10.1136/bmj.328.7438.514). Le loro conclusioni non erano incoraggianti. La maggior parte delle ricerche fatte su animali per testare potenziali trattamenti per l’uomo erano da buttare, dissero, perchè mal condotte e non valutate attraverso revisioni sistematiche.

Da allora, come Pound e Bracken spiegano questa settimana (doi:10.1136/bmj.g3387), il numero di revisioni sistematiche di studi su animali è aumentato notevolmente, ma con il solo risultato di evidenziare la scarsa qualità di molte delle ricerche precliniche su animali. Le stesse minacce alla validità interna ed esterna che incombono sulla ricerca clinica si trovano in abbondanza negli studi su animali: mancanza di randomizzazione, blinding, allocation concealment;  analisi selettiva; e pregiudizi nella segnalazione o la pubblicazione. Come risultato, dice Ioannidis (2012),k “è quasi impossibile fare affidamento sulla maggior parte dei dati animali per prevedere se un intervento avrà un rapporto rischi-benefici clinici favorevole in soggetti umani."

Un tale spreco non è etico, né nella ricerca su animali, né in quella umana. La ricerca preclinica mal effettuata può portare a sperimentazioni cliniche costose ma infruttuose, esponendo i pazienti a farmaci dannosi. E naturalmente c'è l'inutile sofferenza degli animali coinvolti nella ricerca che non reca beneficio ad alcuno.

Ma condurre e riportare meglio la ricerca su animali potrebbe davvero migliorare il successo dell’estrapolazione dall’animale all’uomo? Non molto, a quanto pare. Anche se la ricerca fosse condotta in maniera impeccabile, sostengono gli autori, la nostra capacità di prevedere le risposte umane partendo da modelli animali sarà limitata da differenze interspecifiche nelle vie molecolari e metaboliche.

Sarebbe dunque meglio che i fondi per la ricerca, piuttosto che alla ricerca di base, fossero indirizzati alla ricerca clinica, dove vi è un ritorno più chiaro degli investimenti, in termini di effetti sulla cura del paziente. Gli autori concludono: "Se la ricerca condotta sugli animali continua a non essere in grado di prevedere gli effetti negli esseri umani, il continuo consenso pubblico e il finanziamento alla ricerca preclinica su animali sembrano fuori luogo".

 

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